Sono convinto: Victor Frankl è uno dei giganti del ‘900.
Al pari ad esempio di Einstein, o di Ghandi.
Eppure non gode della stessa fama.
Intendiamoci, è universalmente apprezzato: i suoi libri sono venduti da decenni in tutto il mondo.
Il suo scritto più famoso, “Man’s search for meaning” è stato tradotto in oltre 40 lingue e ha venduto più di 16 milioni di copie. È considerato uno dei testi più influenti del XX secolo. E continua a ispirare milioni di persone.
In Italia il titolo è diverso: “Uno psicologo nei lager“.
Lo trovai anni fa in libreria, ero curioso perché l’autore era spesso citato in molti saggi.
Fu una sorpresa. Emozionante! Di più, fu un’ispirazione. Da allora, mi capita spesso di sfogliarlo, soprattutto nei momenti difficili; e ogni volta, ne ricevo una nuova carica.
Consigliatissimo: se non lo hai ancora letto, corri a prenderlo. Ora ti spiego perché.
Perché Victor Frankle; e perché proprio ora.
Per rispondere, citerò le parole di Daniel Goleman, riportate nella recente introduzione a uno dei best seller del neurologo viennese:
“in un mondo che ha conosciuto l’isolamento sociale, la guerra e una grande incertezza economica, le sue parole risuonano oggi più attuali che mai“.
Nelle sue opere risalta subito un messaggio cruciale: la capacità di trovare un significato, anche nelle circostanze più buie e disperate, è la chiave per la sopravvivenza e la realizzazione umana.
L’esperienza estrema e il manoscritto
Neurologo e psichiatra a Vienna, Victor Frankl fu deportato dai nazisti nel 1942. Da allora fu internato in vari campi di prigionia, sino alla liberazione, nel 1945.
Durante tutto il tempo trascorso nei campi, rimase sempre vicino ai suoi compagni, come medico e psicologo.
Inoltre, iniziò presto a scrivere segretamente un manoscritto, per raccogliere le sue osservazioni: per lui rappresentava una speranza, un modo per non cedere di fronte a una condizione così tragica e assurda.
Poi un duro colpo: il testo gli fu brutalmente confiscato e distrutto. Frankl si vide privato del frutto di mesi di lavoro e di una parte importante della sua identità.
Eppure restò fermo nella sua convinzione: la sua esperienza nel campo poteva essere utile agli altri. Decise di ricominciare a scrivere, ma questa volta non si affidò alla penna. Con grande tenacia ricostruì tutto mentalmente, contando solo sulla sua memoria.
Un piccolo esperimento immaginativo
Ora, per comprendere davvero il valore del contributo del medico austriaco, ti propongo un piccolo sforzo immaginativo.
Di seguito riporto alcune parole dell’autore, che descrivono bene questa condizione estrema:
“Non sapevamo nemmeno se saremmo sopravvissuti fino al giorno dopo.
Eravamo completamente privi di qualsiasi appiglio interiore. (,,,)
Era come se ci trovassimo sull’orlo di un precipizio, senza possibilità di scampo.”
(Da un altro libro di Frankl, “Il senso della vita”)
L’idea del suicidio, spesso attraverso il filo spinato elettrificato, era una realtà concreta per molti prigionieri.
La disperazione e l’annientamento erano così intensi e assurdi che farla finita subito, istantaneamente, era un pensiero comune e abituale.
Eppure perfino il suicidio diventava presto priva di senso. Perché la morte per gas era comunque altamente probabile.
L’osservazione fondamentale e la svolta
Fu una progressiva rivelazione.
Osservando la vita nel campo, Victor Frankl mise a fuoco quest’idea: l’atteggiamento di coloro che riuscivano a sopravvivere era molto diverso da quello di chi soccombeva.
Era convinto: nonostante le condizioni disumane e gli orrori quotidiani, alcuni prigionieri conservavano una scintilla di vita interiore.
Questa luce in più li spingeva oltre la mera esistenza.
Essi possedevano una sorta di visione che trascendeva le barriere fisiche del campo: ad esempio, malgrado l’orrore, riuscivano a trovare significato nelle piccole gioie, nell’aiutare gli altri; e in un inarrestabile anelito alla libertà.
In sostanza, la crisi dello spirito si manifestava nel momento in cui l’individuo perdeva i suoi punti di riferimento interiori, i suoi appigli spirituali.
Ma c’è di più. Per Victor Frankl questa rivelazione era bipartita: si poteva trovare conforto nel futuro, in ciò che era tangibile e concreto, oppure nell’eternità, un concetto astratto che offriva rifugio a chi aveva fede.
Per coloro che avevano un’autentica convinzione spirituale, il sostegno non derivava dalla speranza in un domani, in questo mondo, ma da una prospettiva spirituale, oltre la vita materiale. Erano questi individui che rimanevano più saldi, indipendentemente dal fatto che avrebbero visto il giorno della liberazione o meno.
Altri, invece, che non erano radicati in tale fede, sentivano la necessità di ancorare la loro speranza a un futuro dopo la liberazione; tuttavia l’atmosfera di incertezza nei campi rendeva il pensiero del futuro nebuloso e privo di una meta definitiva.
Frankl osservò che senza un sostegno spirituale, l’essere umano si trovava in una condizione di disorientamento totale, lottando per trovare significato in un ambiente che sembrava vanificare ogni aspettativa di salvezza o redenzione.
Conclusione
Viktor Frankl emerge come una delle figure più incisive del ‘900, come un faro di speranza soprattutto oggi, in un’epoca di eccezionali crisi globali. Il suo primo scritto, “Man’s search for meaning”, da decenni illumina le coscienze, in ogni parte del mondo.
Attraverso l’atroce realtà dei lager, come medico e psicologo, scoprì che l’atteggiamento e la prospettiva interiore sono di gran lunga più determinanti della mera sopravvivenza fisica.
La vera libertà risiede nella capacità di scegliere la propria risposta alle circostanze, di attribuire un significato alle sofferenze e persino alla morte stessa.
Questo vale oggi più che mai. In un mondo che spesso può sembrare senza senso. Le lezioni di Frankl ci ricordano che abbiamo il potere di attribuire significato e scopo alle nostre vite rimane.
E che tale potere rimane inalienabile, anche nei momenti più bui.
